Addio a Michele Fait

Di ALBERTO ,

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Lo sci estremo sul K2 è fatale all’alpinista trentino. Due anni fa – in una spedizione simile – era morto il suo compagno di scalata Stefano Zavka.

Era un’alpinista, ma amava definirsi “alpinista all’incontrario”, perché la sua vera passione – più che l’ascesa verso le cime più alte del mondo – era lo sci estremo. Ma martedì scorso la montagna gli è stata fatale e così Michele Fait, trentino di 44 anni, è morto nel tentativo di compiere l’ennesima grande impresa: la discesa dal K2.

La sfortunata spedizione aveva preso avvio il 30 maggio scorso. Fait, insieme allo svedese Fredrik Eriksson, dopo avere raggiunto la cima della montagna himalayana avrebbe dovuto discenderne con gli sci ai piedi. Nella giornata di martedì si sono però perse le tracce dell’alpinista italiano. Dal campo base, prontamente, sono state lanciate le operazioni di soccorso. Dopo alcune ore di ricerca, il corpo di Fait è stato individuato sul fondo di un canalone.

Dietro alla morte di Fait sembra esserci un crudele disegno del destino. Due anni fa, infatti, nel corso di una spedizione simile, era morto Stefano Zavka – compagno di scalata dell’alpinista trentino (che a causa di una tempesta, a soli 500 metri dall’arrivo, aveva dovuto rinunciare alla vetta).

In una giornata tanto triste, ci piace ricordare Michele Fait con le parole che lui stesso ha scritto pochi giorni fa sul suo sito, presentando l’impresa che gli si è rivelata fatale: “Amo definirmi uno sciatore che ha deciso di esplorare in discesa le vie che normalmente gli alpinisti salgono. L'amore per la montagna nasce con le mie origini trentine: la passione per l'Himalaya da un viaggio fatto nel '98. Inizio come climber e in breve divento istruttore federale di arrampicata sportiva. Lo sci e l'alpinismo non mi interessano fino alla metà degli anni ’90, quando infilo ramponi e attacchi per la prima volta. Quel momento segna la nascita di una vera, grande passione. Nel ’98, quando ho imparato a sciare praticamente da pochi anni, affronto la discesa del canalone Neri sulla nord della Tosa nel gruppo del Brenta: una vera folgorazione. In seguito il mio curriculum si arricchisce di altre discese estreme, una cinquantina ad oggi, dalle Dolomiti al Rosa, dal Bianco alle Ande, dall'Himalaya al Karakorum; tutto il mondo è un'unica grande avventura.”



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